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Valutazione rischio stress lavoro correlato

Secondo quanto riportato dall’art. 28 del D. Lgs. 81/2008, il rischio stress rientra tra quelli particolari che occorre considerare quando si procede con la valutazione dei rischi di un’azienda, assieme pure a quelli riguardanti le lavoratrici in gravidanza e, a quelli connessi alle differenze di genere, all’età e alla provenienza da altri Paesi. Si tratta di un genere di rischio che può colpire sia lavoratori sia datori di lavoro, oltre che qualsiasi luogo di lavoro, a prescindere dalla dimensione dell’azienda, dal tipo di attività svolta, dal genere di contratto o di rapporto di lavoro. Tenerlo in considerazione significa garantire maggiore efficienza e, migliori condizioni di salute e sicurezza sul lavoro.

Cos’è il rischio stress? Ѐ quello che deriva da quello stato di malessere, accompagnato da disfunzioni fisiche, psicologiche o sociali, provocato dal fatto che i lavoratori non si sentono più in grado di superare i gap rispetto alle richieste o alle attese nei loro confronti. Ciò, dopo del tempo, può condurre a cambiamenti nel comportamento e a ridurre l’efficienza sul lavoro. Dei potenziali indicatori di stress possono essere, ad esempio, l’alto assenteismo o un’elevata rotazione del personale, i conflitti interpersonali o le frequenti lamentele da parte dei lavoratori. Ѐ obbligo di ogni datore di lavoro, quindi, adottare le misure necessarie per evitare questo.

Il rischio stress può essere prevenuto, eliminato o ridotto ricorrendo a misure individuali, collettive o di entrambi i tipi insieme. Si possono adottare misure specifiche per ciascun fattore individuato oppure queste possono rientrare nel quadro di una politica anti-stress integrata, che sia contemporaneamente preventiva e valutabile. A tal proposito, possono servire misure di gestione e comunicazione, un’appropriata formazione dei dirigenti e dei lavoratori, oltre che una loro adeguata informazione. Una volta definite, tali misure andrebbero riesaminate periodicamente, per valutarne l’efficacia e per stabilire se utilizzano in modo ottimale le risorse disponibili e se sono ancora appropriate o necessarie.

Una condizione di lavoro stressante, ma ciò vale anche in generale, può provocare tre tipi differenti di reazioni: di tipo emotivo, come depressione, ansia, inquietudine o irritabilità; comportamentale, come alcolismo, abuso di cibo, dipendenza da fumo o consumo di farmaci; fisiologico, come tachicardia, insonnia, disturbi cardiocircolatori, gastroenterici, cutanei o di respirazione. Esistono, però, altre tipologie di rischio psicosociale: il burn out, il mobbing e lo straining.

Il primo, che in italiano significa “scoppiato” o “esaurito”, è un fenomeno che colpisce prevalentemente le persone che svolgono una professione d’aiuto (ad esempio infermieri, insegnanti, etc.), le quali ricevono un elevato carico di attese cui possono conseguire frequenti insuccessi. Il mobbing consiste in un insieme di comportamenti discriminatori nei confronti di lavoratori dipendenti e lo straining è una situazione il cui chi lavora è soggetto a un’azione ostile, che porta a un effetto negativo nell’ambiente di lavoro.

Ecco alcuni esempi di valutazione del rischio con riferimento ad ambiti specifici

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